Musica, pensiero e… “altro” – di Armin Viglione

Breve excursus, da Tchaikovsky a Sartre, su ciò che è esterno o straniero rispetto all'individuo

                          Musica, pensiero e… "altro":

              gli alieni sono tra noi

                                                                                di Armin Viglione

Si formano, si plasmano e si trasformano tra amore e odio, attenzione e indifferenza, ammirazione e disprezzo, desiderio e paura: i rapporti verso "l'altro" – in linee generali, ciò che è esterno al nostro essere – si strutturano in modi e dinamiche differenti, colorate da un gamma pressoché infinita di sfumature psicologiche, antropologiche, culturali. Ma se si dovesse postulare la centralità dell'ego quale elemento fondante della natura umana, soprattutto nella nostra epoca (quella – dopo le speculazioni filosofiche di Hegel e Marx – che ha prodotto, almeno nelle sue forme più dirompenti e culturalmente dibattute, un fenomeno definito "alienazione" – etimologia lat. "alienus", gr. "allos" = altro), allora "l'altro" si espande lungo l'infinita linea degli orizzonti possibili. Sia quelli remoti, nebulosi, ai limiti dell'impercettibile; sia quelli più vicini, che – talvolta e paradossalmente – si ammantano di un velo misterioso ancor più difficilmente penetrabile. Ad ogni modo, la relazione con "l'altro" non è mai un processo banale, magari relegabile in un olimpo ideologico e "disincarnato"; bisogna che si 'verifichi', che abbia storicamente luogo, oltre ogni fatua virtualità. Si ricordi – ad esempio – la riflessione di Maine de Biran, che pure è considerato un esponente dello Spiritualismo: all'io che vuole non basta il pensiero, poiché è il contatto con il proprio corpo che – in definitiva – trasforma la volizione in azione. Quel che – in concomitanza con altri aspetti decisivi, come vedremo più avanti – scatenò il tormento disperato di Tchaikovsky, lungo tutto il percorso terribilmente accidentato della sua esistenza. Il contatto col proprio corpo – conclude de Biran – non realizza, evidentemente, il rapporto con "l'altro" ma l'approdo all'esteriorità, suo ineludibile presupposto: l'avventura verso "l'altro" sta per cominciare.

Ed è, naturalmente, un'avventura sconfinata, impossibile da racchiudere nel breve volgere di poche righe. Certo, "l'altro" nell'arte e nella musica ha vissuto epoche alterne, vagando dall'individualismo pressochè assoluto, nel quale certo pensiero estetico includeva la figura dell'artista (non di rado creatore indifferente nei riguardi del fruitore come, ad esempio, in certa musica contemporanea; insomma, mero narcisismo), al realismo zdanoviano dove "l'altro" collettivo, la società, dunque la precisa corrispondenza estetico-linguistica tra creazione e fruizione di massa, erano riconosciuti quali riferimenti essenziali, che addirittura determinavano la natura artistica dell'opera. Una storia, come si vede, nient'affatto semplice per "l'altro", nei labirinti della filosofia, dell'arte e della musica.
Rivolgendo un istante ancora l'attenzione all'opera d'arte, per essa si potrebbe porre la complessa problematica del divenire "altro" da sé. Una "querelle" che tanto ha vivacizzato il dibattito filosofico e musicologico – un nome per tutti, Gisèle Brelet – in merito all'intepretazione musicale: la V Sinfonia di Tchaikovsky, interpretata da Mavrinskij o da qualunque altro direttore, è la stessa che creò il compositore russo? Bastano le note della partitura a restituire, nella pura e totale integrità, il "parto" musicale primigenio dell'autore, destinato sempre a rinascere tra le mani, nel cuore, nella mente di ogni successivo esecutore?
Per completare – in estrema sintesi – il quadro relativo all'arte musicale, dai tratti così complessi e controversi, alle figure dell'autore e dell'interprete va aggiunta quella dell'ascoltatore. En passant, possiamo ricordare molti pensatori, soprattutto di ascendenza illuministica, secondo i quali nella percezione dell' "altro" (il fruitore-ascoltatore) sintonicamente diviene "altro" anche l'opera, così come la realtà nel suo insieme. "Il mondo e gli oggetti – scrive Leopardi nello "Zibaldone" – sono doppi. Egli vedrà con gli occhi una torre, una campagna, udrà cogli orecchi un suono di campana; e nel tempo stesso con l'immaginazione vedrà un'altra torre, un'altra campagna, udrà un altro suono. In questo secondo genere di oggetti sta tutto il bello e il piacevole delle cose". Dunque, "altro" si aggiunge ad "altro", in una caleidoscopica trama di rimandi, riflessi, connessioni, metamorfosi.

 

E "l'altro", con i suoi splendori e le sue ombre, si riversò sulla vita – probabilmente anche sulla morte – di quell'immenso musicista che fu Piotr Ilich Tchaikovsky. Ben presto orfano della madre, cui era morbosamente legato, il compositore dovette confrontarsi – in un contesto storico che certo non lo favoriva – con la propria omosessualità. "Altro" come diverso, dunque, e non solo per scelte artistiche (quando il "Gruppo dei Cinque", celebre sodalizio di musicisti suoi connazionali, esaltava l'importanza del patrimonio musicale nazionale russo, lui manteneva saldo il riferimento alla tradizione mitteleuropea). "Altro" anche per orientamento sessuale: ciò che per il nostro artista fu un dramma perpetuo, senza mai requie, cui sperò di dare soluzione persino con un improbabile (ed ovviamente fallimentare) matrimonio. Infine, sulla sua morte si allungarono ombre inquietanti, promanate da un' "alterità" che avrebbe – secondo molti studiosi – sortito l'effetto mortale, grazie al quale si sarebbe evitato uno scandalo travolgente, ormai sul punto di esplodere in seguito ad una relazione amorosa e, soprattutto, "proibita" che il compositore, celebre e popolarmente amato, avrebbe intessuto con un giovane di aristocratico, altissimo lignaggio. 
Non il colera, versione "ufficiale", ma il suicidio per avvelenamento imposto da un "giurì" di alte personalità russe, nell'assoluto segreto, sembra abbia posto fine ai giorni terreni di Tchaikovsky.

Nel tempo e nello spazio umano, l'universo dell' "altro", dell' "alieno", sembra dispiegarsi all'infinito, con i suoi volti molteplici, cangianti: di volta in volta diverso, straniero, amante, sconosciuto, amico. E nemico, talvolta finanche alla morte. Siamo spesso ben lungi, dunque, da quella dinamica dialettica che, per il tramite necessario dell' "altro", realizza ed approfondisce la conoscenza umana; anche, soprattutto quella di se stessi, cui lo specchio dell' "altro" rimanda tratti ignoti altrimenti non ravvisabili. E' ciò che notava, ad esempio, Montesquieu nelle "Lettere persiane": "Il nativo capisce meglio la propria realtà a contatto con l'estraneo… l'estraneo capisce la realtà del nativo prima di lui". Ed è ciò che, in varia misura, avviene in ogni rapporto con "l'altro": ove la 'conditio sine qua non' sia il riconoscimento reale di chi, appunto, è' "altro" da noi, senza infingimenti o strumentalizzazioni. Forse troppo, nella nostra epoca inaridita, devastata dal narcisismo, dalla voracità e dall'egocentrismo in forme ai limiti della patologia sociale. Percorse questo paesaggio di desolazione umana il pensiero di Jean Paul Sartre, secondo il quale i rapporti tra gli uomini sono impossibili proprio per la tendenza – di matrice narcisistica – ad alienarsi a vicenda: "L'inferno sono gli altri" suona come una sentenza inappellabile, sigillo di un dramma, "A porte chiuse", le cui algide vibrazioni si spengono lentamente nell'oscurità assoluta. Chissà, forse un barlume di speranza, almeno per i credenti, in questo tempo senza luce, balugina ancora nel principio che un Maestro nazareno proclamò due millenni fa, laddove l'amore per "l'altro" diviene comandamento supremo; l'amore per il nostro prossimo qualunque sia il suo nome, qualunque sia la sua storia. Chiunque egli sia.