Fondazioni lirico-sinfoniche in pericolo – di M. Pulvano Guelfi di Scansano

Gestioni dissennate, tagli ai fondi, strategie di sviluppo inesistenti:

l'imperativo è difendere dall'ondata regressiva i baluardi della nostra storia artistica


 

Fondazioni lirico-sinfoniche,

un primato italiano in pericolo


 

di Massimiliano Pulvano Guelfi di Scansano


 

Il problema della cultura in Italia è che è sempre stata condizionata dai contributi statali, quella che invece dobbiamo sostenere è una cultura che deve fare a meno di questo sostegno”, così il ministro Bondi dopo la firma della legge sul riordino delle fondazioni lirico-sinfoniche. Riforma, giova precisare, ampiamente contestata a prescindere dallo schieramento politico, da tutto il mondo artistico e da insigni intellettuali.

I debiti ingenti di molti teatri, dei quali molti pregressi, sono senza ombra di dubbio riconducibili a “gestioni” troppo superficiali, alla politica clientelare di una “sinistra” che per decenni ha “occupato” – e che continua ad occupare – i vertici della quasi totalità dei nostri teatri, al malcostume di portare in scena sempre nuovi e costosissimi “allestimenti scenici”, il più delle volte suggeriti o imposti da folli registi “amici degli amici”; il gioco sporco delle “agenzie di segretariato artistico”, sempre abili nel collocare i propri artisti, italiani e non, con un pericoloso gioco “al rialzo” nella contrattazione. “Cartelloni” discutibili ridondanti di titoli stranieri che troppo spesso contribuiscono a far allontanare il pubblico, tacciato falsamente di provincialismo ma nella realtà “difensore civico” di quella tradizione di cui rivendica a gran voce la supremazia, rispetto a tentativi di globalizzazione musicale che piacciono molto ad alcune lobby di critici, non per amore ma perché fa tendenza, disconoscendo le ragioni del cuore, del nostro gusto, del nostro “dna”. Da ultimo, gli sconsiderati “integrativi” chiesti ed ottenuti dai sindacati nel corso degli ultimi anni. A tal proposito potrei citare l’indennità “frac” per le “prime” e per i concerti pretesa dagli orchestrali della Scala di Milano o come all’Opera di Roma, ove l’indennità “Caracalla” già percepita dalle masse artistiche “decentrate” per la stagione estiva nel famoso sito archeologico, viene parimenti riconosciuta alle centinaia di impiegati che in barba alla calura e all’umidità patita dai colleghi cantanti, orchestrali e tersicorei, se ne stanno comodamente seduti nel proprio ufficio, refrigerati dai condizionatori d’aria!

Altro aspetto sorprendente nella vexata quaestio dei nuovi “tagli” operati al F.U.S. (fondo unico per lo spettacolo) è la grottesca pretesa di aprire a compartecipazioni di sponsor privati in assenza oltretutto di una defiscalizzazione, seppur parziale, dei contributi. Va da sé che il “mecenatismo” è ormai una vecchia chimera, ma quali recondite motivazioni o quali interessi dovrebbero convincere gli imprenditori a sostenere attività culturali, peraltro in epoca di recessione? Al pio Ministro Bondi, persona proba e onesta, tanto lontano dalla mondanità quanto dalle “aperture” delle stagioni liriche (non consta abbia partecipato mai ad una “prima”), probabilmente non è dato di conoscere la mole di lavoro, la complessità di uno spettacolo “dal vivo”, ove cento professori d’orchestra, un direttore, gli interpreti, il regista, gli artisti del coro, il corpo di ballo, tecnici e i macchinisti, un imponente schieramento di uomini e mezzi operano in assoluta sinergia, dal che, l’unicità e la preziosità dell’opera lirica e per converso la ragionevolezza dei costi sostenuti.

 

Il Teatro dell'Opera di Roma

 

Ciò detto è impensabile che ciascuna produzione artistica possa autofinanziarsi con il solo ricavato del “botteghino”, quanto dovrebbe costare un biglietto? Oltretutto la “politica dei prezzi” praticati è all’origine di quell’equivoco che vuole il mondo della lirica come un ambiente “ovattato” ed elitario. Mala tempora currunt e più o meno tutti ne siamo consapevoli ma sono convinto che si poteva fare di più, molto di più e soprattutto di meglio. La nostra organizzazione sociale ormai non riesce a favorire la collocazione di un musicista, di un attore o comunque di un artista, perché non ci rendiamo più conto che l’arte in genere è il pane spirituale della società e, come il lavoro, libera l’uomo e gli dà dignità. I conservatori di musica e le accademie d’arte in breve tempo diverranno fabbriche di precariato. Di par loro, i teatri dovrebbero puntare ad una maggiore produzione e di qualità, promuovendo cooperazioni e nuove forme di collaborazione.

Difendere l’opera lirica significa quindi difendere il nostro più efficace strumento di conquista culturale, patrimonio universale, al pari della grande arte pittorica che ha caratterizzato e influenzato per molti secoli la cultura internazionale. Non possiamo quindi esimerci dal difendere questa nostra antica e nobile tradizione, peraltro quotidianamente testimoniata e promossa dai tanti teatri presenti capillarmente in tutto il territorio nazionale. Le più antiche istituzioni musicali e ben quindici fondazioni lirico-sinfoniche sono un primato che ancora ci appartiene e che il mondo intero c’invidia.

Difendiamo il “melodramma” e la sua sconvolgente attualità. Un mondo talmente vasto ove è possibile scorgere il passato, il presente ed il futuro proprio perché nei personaggi e nelle vicende narrate c’è sempre l’uomo al centro dell’attenzione con tutte le sue virtù ed i suoi limiti. Il romanticismo, la poesia, i valori etici e morali espressi, i conflitti interiori che emergono, la musica sicuramente più avvincente e descrittiva, cesellano quel turbinio di forti “emozioni” che solo il teatro può offrire ai suoi spettatori; quelle stesse che i giovani d’oggi fanno fatica a trovare.

L’Italia in Europa è il fanalino di coda con un investimento pari al 0,3 % del “prodotto interno lordo”, contro una media dell’1,5 degli altri paesi; la Francia è al primo posto con un investimento annuo di ben 12 miliardi di euro, seguita dalla Germania con 8,6 mld e dal Regno Unito e la Spagna con 5,3 mld (fonte dell’Osservatorio sullo Spettacolo-Istat).

La cultura, come sostiene il Maestro Riccardo Muti “ è sempre un ottimo investimento e un mezzo di comunicazione fra i popoli; puntiamo decisamente su di essa e poniamo le condizioni perché ciò avvenga”.

In claris non fit interpretatio!

(01/10/2010)

 

Il M° Riccardo Muti