Prog-rock italiano, una storia firmata da Massimo Forni – di Armin Viglione

La storia del rock progressivo italiano, la prima pubblicata nel nostro Paese,

narra di personaggi ed opere dagli anni '70 ad oggi

  

Passione e radici,

 

 il viaggio nel “prog” di Massimo Forni

 

di Armin Viglione

 

 

Vi proponiamo di seguito una delle prefazioni del libro “Lungo le vie del prog”, per gentile concessione dell'editore Paladino di Campobasso.

Non intendo aggiungere nulla alla messe di nozioni generosamente riversata al popolo prog dal testo di Massimo Forni e dagli scritti di Aldo Tagliapietra, Lucio Lazzaruolo, Donato Zoppo. Qui vorrei solo attestare la stima, l’affetto per Massimo e ricordare le esperienze vissute con lui, che sono alla base di questo libro: il primo – siatene certi – di una serie lunga, brillante e di riconosciuto valore.

Non so se il vocabolo può essere utilizzato in tutte le sue prismatiche sfaccettature, ma mi viene spontaneo pensare a “radice”, associando il rock progressivo alla persona dell’autore. Certo non una radice genetica o germinata nell’infanzia, ma una radice che comunque affonda le sue origini nell'adolescenza e nella gioventù di Massimo, nei cruciali anni ‘70. Ci siamo conosciuti proprio verso la fine di quel decennio, io e lui: un’amicizia quasi trentennale, di quelle profonde, che reggono alla prova inesorabile del tempo. Anzi, nel corso degli anni che passavano, il nostro rapporto si consolidava attraverso la condivisione di nuove esperienze, soprattutto nel nome della comune passione musicale. Resteranno nella mia memoria le tante trasferte, agli inizi degli anni ‘90, in occasione dei concerti delle Orme, in tanti piccoli comuni sanniti, cilentani, laziali, lucani, molisani o abruzzesi, gemme nascoste, dalla bellezza discreta e profonda, in un’Italia delle meraviglie quasi sempre ignota. Si partiva nel tardo pomeriggio, da Benevento o da Campobasso; il viaggio tra le colline e le montagne dell’Appennino centro-meridionale, quando il cielo trascolorava all’ora del tramonto ed offriva scenari di una bellezza straziante; poi l’incontro, divenuto ormai amichevole consuetudine, con gli artisti veneziani, il loro concerto, i saluti con l’arrivederci a presto – calendario del tour alla mano – in un’altra, sconosciuta, mirabile piazza italiana; ed infine il ritorno, nel cuore della notte silenziosa, satura di suoni e di immagini che erano già ricordo. In attesa del viaggio successivo.

 

 

Quando proposi a Massimo di scrivere una storia del rock progressivo italiano per “Le Vie della Musica”, l'inserto di cultura musicale de “Il Sannio Quotidiano” che avevo fondato e del quale ero responsabile, sapevo che in lui i dubbi sarebbero emersi imperiosamente: l’esser cosciente della sua inesperienza giornalistica, l’impegno difficile di una pubblicazione corretta ed ineccepibile, l’acutissimo senso della responsabilità verso se stesso e verso gli altri, erano senz’altro elementi che testimoniavano l’equilibrio e la serietà della persona, ma che avrebbero potuto impedirgli di iniziare l’avventura nella storiografia musicale. Forse posso attribuirmi un piccolo merito: quello di aver sostenuto Massimo, con la mia esperienza professionale, nella fase iniziale del percorso, quando ancora doveva appropriarsi adeguatamente degli strumenti culturali e tecnici di lavoro, soprattutto conquistare fiducia in se stesso. Ma sapevo bene che la sua sagacia, la passione, l’oculatezza, l’intelligenza e la preparazione gli avrebbero spianato la strada in breve, brevissimo tempo.

E così è stato. Per circa due anni, la storia del rock progressivo italiano, pubblicata a puntate sull’inserto “Le Vie della Musica” e che in questo libro viene sostanzialmente riproposta, è stata seguita dai lettori de “Il Sannio Quotidiano” nelle province di Benevento, Avellino, Campobasso ed Isernia, con curiosità, piacere ed attenzione, come testimoniano le numerosissime e-mail pervenute in redazione. Perché Massimo non si è addentrato – da accorto divulgatore – nei meandri più specificamente tecnici, musicologici della materia; ma la costa frastagliatissima del rock progressivo l’ha battuta tutta, in una navigazione di cabotaggio tranquilla e rigorosa, durante la quale il nostro capitano – cannocchiale tenacemente puntato sull’obiettivo – ha offerto, di volta in volta, panoramiche precise ed esaurienti degli scenari che si susseguivano.

Non voglio dilungarmi oltre, e tuttavia un ultimo elemento desidero sottolinearlo: la splendida congiunzione, in questo libro, tra passione e rigore storiografico, tra attaccamento viscerale alla materia ed approccio “scientifico” di cartesiana lucidità. Chi conosce Massimo, sa bene che la precisione, a dir poco meticolosa, è un tratto saliente della sua persona. Ma è altrettanto vero che il rock progressivo, in particolare quello dell’aurea stagione targata “anni ‘70”, è il genere che ha segnato nel profondo la sua sensibilità, la sua fantasia, il suo gusto e la sua cultura musicale.

Non si tratta di apprendistato manualistico, insomma, tipico di tanti “archivisti” più o meno eruditi: il rock progressivo, per Massimo, è storia di vita vissuta, ed è una storia vibrante, che palpita sottesa ad ogni pagina, ad ogni parola di quest’opera. Se leggerete con attenzione, non potrete che percepirlo nitidamente: questo libro è un’opera storiografica, certamente, è un lavoro cesellato con scientifico senso dell’esattezza. Ma è soprattutto un atto d’amore; di appassionato, di sincero, di profondo amore.

 

 

L'Autore
 

MASSIMO FORNI è nato a Benevento il 18/5/59, si è laureato con lode in Giurisprudenza a Napoli e risiede a Campobasso dal 1986, dove vive con la moglie e la figlia. Dirige il Centro Postale Operativo del capoluogo molisano. Appassionato e cultore del rock progressivo, ha collaborato negli scorsi anni con riviste come 'MusikBox' e scrive tuttora per 'Le Vie Della Musica' e 'Wonderous Stories'.


Il giornalista e scrittore Massimo Forni


 

Estratti da "LUNGO LE VIE DEL PROG"


Soprattutto la parola “commerciale” è quella che domina nei discorsi, come una specie di eresia in nome della quale, in un clima di fervore, ma anche di eccessi, vengono “gettati al rogo” dischi che, sulla scorta di una valutazione più ponderata, in tempi successivi saranno spesso oggetto di “riabilitaziome"…

Questa è la storia della musica italiana di quegli anni, la si ami o no! Ed è una storia che vergognosamente qualcuno a più riprese tenta di cancellare o, quanto meno, di minimizzare, sotto la spinta compiacente dei discografici. Questi ultimi manipolano costantemente i grandi mezzi di comunicazione, non paghi di essere riusciti, per amor del denaro, ad appiattire in modo penoso la recente, stantia ed insignificante produzione musicale italiana…

È il 1971: già altrove esempi di fusione tra musica classica e rock si sono affermati, ma ora è il turno dell’Italia con il Concerto Grosso per i New Trolls. Il successo, ampiamente meritato, è clamoroso e notevole per proporzioni. Il “connubio”, così azzardato, tra la musica di ispirazione classico-barocca, composta dal musicista argentino Luis Enriquez Bacalov e la chitarra distorta, di ispirazione hendrixiana, di Nico Di Palo, farà da apripista per altre analoghe iniziative, ma con esiti inferiori…

L’Inghilterra ha dato “i natali” al rock progressivo e, soltanto pochi anni dopo, all’inizio del secondo lustro degli anni ’70, proprio nel Regno Unito si manifestano i primi, gravi sintomi della crisi di questa tendenza musicale: i giovanissimi rigettano le sonorità ricercate e raffinate e si entusiasmano per le ritmiche dure e i suoni devastanti dell’ondata punk. Non interessano più le suite lunghe ed articolate, gli esperimenti arditi, i virtuosismi e le preziosità tecniche. Tutto ad un tratto si reclama un suono semplice, diretto ed immediato, di facile fruizione. Le “schitarrate” grezze e caotiche del punk hanno la meglio sui ricami preziosi delle tastiere, che ora appaiono a molti come sovrastrutture barocche, inutili orpelli.


Quando, perciò, si parla della disco-music, che nella fine del decennio ha dato la “spallata” decisiva al rock progressivo, più che di una causa si dovrebbe parlare di un effetto del cambiamento culturale, della nuova ventata di individualismo. Purtroppo non è una tendenza momentanea, una parentesi, la situazione si aggrava sempre di più: i gruppi progressivi vanno rapidamente scomparendo e i superstiti arrancano. Le vendite diminuiscono notevolmente, i contratti discografici saltano, i media (che per la verità non sono mai stati generosi nei confronti del prog) parlano solo delle nuove mode musicali. Il progressive-rock ha dominato la scena musicale dei primi anni ’70, ora è più che sconfitto, è deriso e calunniato. Il prog è in ginocchio!


Siamo nella seconda metà degli anni ‘70 e i tempi (purtroppo) stanno cambiando. Ma i grandi protagonisti della storia della musica progressiva italiana non hanno alcuna voglia di abdicare. Hanno ancora molte cartucce da sparare: non possono chiudere gli occhi di fronte al cambiamento musicale in atto, ma non vogliono nemmeno subirlo passivamente.


Diciamo subito la verità, senza tante finzioni: gli anni ’80 sono stati, tranne qualche valida e memorabile eccezione (pensiamo soprattutto ai Police, ai Dire Straits, ai rinnovati King Crimson, a Peter Gabriel e all’esplosione della world music), gli insuperati edificatori di un colossale e disgustoso monumento all’immondizia musicale, quanto meno in Italia. Rispetto agli anni ’60 e soprattutto ai ’70, caratterizzati da una grande creatività e qualità artistica del prodotto musicale, gli anni ’80 rappresentano una sorta di “regno delle tenebre” per il deprimente appiattimento musicale. Trionfa all’epoca un vero e proprio culto dell’effimero.


In Inghilterra, nel frattempo, si verificano con sempre maggiore frequenza casi di “reunion” di band storiche della musica progressiva: l’album Union degli Yes del 1991, con la partecipazione dei molti artisti succedutisi negli anni nella formazione, è il caso più evidente. Non si tratta solo di un desiderio di riproporre i pezzi storici: è irrefrenabile la volontà di comporre brani nuovi, di dar vita ad un nuovo corso. È un fermento innovativo, profondo, un entusiasmo non passeggero, che non sfugge all’attenzione dei media. È un’utopia che comincia a rivivere…