“Nero Elastico”, la mostra di Elio Cavone — di Armin Viglione

Campobasso - La mostra, al Moma Arredamenti, è aperta fino al 21 novembre 2010

 

Il "nero elastico"

di Elio Cavone

 

L'artista molisano, nella sua nuova fase stilistica, utilizza anche camere d'aria.

Gran successo alla serata inaugurale dello scorso 22 ottobre

 

di Armin Viglione

 

 

Ci concederanno venia i devoti al fastoso eloquio, i sapienti e "color che sanno", di cui l'Italia è sempre stata madre (talvolta troppo) generosa: con la presente, breve, essenziale presentazione intendiamo offrire al lettore semplicemente le nostre impressioni, emerse durante la serata inaugurale della mostra di Elio Cavone. Non indugeremo dunque in forbite elucubrazioni di aristocratico stampo accademico, impreziosite da mirabolanti acrobazie dialettiche o sbalorditivi virtuosismi retorici: ciò che Nietzsche definiva "l'arte dell'opera d'arte"; e c'è da "temere" che, con quelle parole, il filosofo tedesco non intendesse affatto formulare un encomio. Certo l'opera di Cavone, che – diciamolo subito, a chiare lettere – è uno degli artisti più interessanti nell'attuale scenario delle arti figurative, è talmente profonda, per certi versi persino sofferta, è un'opera dalla quale nascono tali (e tanti) mondi di percezioni e significati, che il bisturi dell'analisi avrebbe materia sconfinata da sezionare. Questo impegno, improbo ma appassionante, è stato già assunto da fior di critici e commentatori di acclarata competenza: motivo di più per parlarvi di qualcos'altro, che – forse alla pari dell'opus cavoniano – ci ha molto colpito. E molto piacevolmente.

 

Elio Cavone, Nuvole Nere

 

Alludiamo, come detto in esordio d'articolo, alla splendida serata del 22 ottobre, ambientata negli spazi del Moma Arredamenti di Campobasso, quella dell'inaugurazione. Parlare dell'afflusso del pubblico in termini numerici, peraltro altissimi, non basterebbe affatto a spiegare esaurientemente che cosa è accaduto quella sera. Il riscontro dei visitatori, anche sul piano quantitativo, è un dato nient'affatto trascurabile ma che, almeno in questo caso, lasciamo volentieri agli esperti di computo statistico. E' successo di più, molto di più.

Abbiamo visto tante persone, uomini e donne, giovani, adulti e anziani, che affollavano il Moma Arredamenti evidentemente e sinceramente interessate alle opere artistiche esposte; abbiamo visto visitatori che si chinavano, inforcando gli occhiali, sui lavori di Elio Cavone, osservandoli a lungo e non solo guardandoli, magari frettolosamente; abbiamo visto ragazzi e ragazze che si fermavano davanti a questa o quell'opera, discutendo e scambiandosi opinioni; abbiamo visto, insomma, un'umanità vitale e socializzante, in movimento sia fisico che intellettuale. Considerazione tanto più confortante qualora si ricordi che impera la tendenza esattamente opposta, ovvero il giacere nell'immobilismo, nell'isolamento a-relazionale cui i mezzi di comunicazione di massa istigano, tv in primis, segregando gli individui nelle proprie, rassicuranti poltrone domestiche e sprofondando i loro neuroni nella virtuale naftalina mass-mediatica.

Notazione "a latere": tutto ciò si è verificato – sia detto con certo gusto del paradossale – "nonostante" la presenza di un ricco e gradevolissimo buffet. Spesso, troppo spesso, e un po' dovunque, ci è capitato di assistere a spettacoli di un'indecenza sbalorditiva: al termine di eventi culturali, quando il relatore di una conferenza salutava il cortese (?) uditorio o si librava nell'aria l'accordo finale di una delicata performance musicale, torme di cavallette umane, con uno scatto che avrebbe fatto impallidire il Mennea dei tempi d'oro, si avventavano sulle tavole imbandite dei buffet, come fossero digiune da almeno un semestre. Abbiamo visto uomini distinti (solo per abbigliamento) riempire fulmineamente piatti con ogni ben di Dio e portarli via, in mezzo alla calca furibonda, mantenendoli in miracoloso equilibrio con una destrezza che non abbiamo mai ammirato altrove, neanche al circo Togni. Abbiamo visto gentildonne (?) elegantissime, finemente truccate e fresche di parrucchiere, sgomitare come forsennate per agguantare qualche fettina di bresaola o trangugiare all'istante crocchette di patate e mozzarelline, come fossero caramelle: uno spettacolo di voracità grottesca, da commedia all'italiana, alla bella (si fa per dire) faccia della loro stessa "eleganza" rigorosamente griffata o della loro (tutta presunta) "sensibilità femminile".

Nulla di simile in quel di Campobasso. La gente, in un'atmosfera di piacevole serenità, poteva degustare una mousse ai frutti di bosco o sorseggiare un calice di Tintilia visitando la mostra, apprezzandone le tante bellezze, conversando con i compagni di serata o con gli amici incontrati sul posto. Non c'era traccia del tipico clima asfittico di tante "cerimonie" accademiche; si avvertiva invece nell'aria qualcosa di "frizzante", di allegro ed intrigante – come dovrebbe accadere in tutti gli eventi artistici e culturali – senza che si cadesse mai, per dirla in romanesco, nella "caciara". O in molisano, come ci ha insegnato un Maestro che ha voluto preferire l'anonimato, nel "cerriglio".

 

Elio Cavone, Riflessioni

 

Dobbiamo aggiungere qualche altra osservazione. Per dirla in totale sincerità, che la mostra fosse allestita in un luogo deputato all'esposizione di arredamenti, per quanto eleganti e moderni, ci aveva messo, per così dire, in "pre-allarme". Si sarebbero armonizzati, senza distonie, oggetti ed opere che nascevano da origini, sensi, logiche, spiriti diversi? La risposta, non appena entrati nel vivo dell'evento, ci è stata subito chiara: l'ambientazione della mostra negli spazi del Moma Arredamenti si rivelava decisamente congrua, intelligente nella sua particolarità. Una volta ancora, la vera arte insegnava come potesse esprimere se stessa dovunque, in tutta la sua luminosa pienezza: anche, staremmo per dire soprattutto, al di fuori dei "templi" cui la tradizione affida la sua custodia e collocandosi invece, quasi simbioticamente, nei tempi e negli spazi umani più attuali, più intimi, più "veri", laddove pulsa – nel bene come nel male – la realtà vivente. Dunque, le opere di Elio Cavone hanno dimostrato di poter "convivere" integrandosi negli arredamenti moderni, nelle architetture di una casa del nostro tempo, nella "normale" quotidianità degli uomini d'oggi senza peraltro perdere nulla della loro potenza evocatrice, della loro artistica profondità.

Deve essere ben chiaro: se le opere cavoniane possono affiancarsi ad oggetti d'arredamento ammirevoli per estetica ed utilità, esse rimangono irriducibilmente "fomentatrici" nella coscienza, nell'anima e nel pensiero. Saranno per questo anche "utili"? Siamo assolutamente convinti di sì. Non serviranno ad accogliere le stanche membra o a custodire qualche buona bottiglia di cognac, questo è certo, ma saranno lì a stimolarci, ad interrogarci, ad orientarci verso l'introspezione. La loro bellezza si dispiega nel visibile, la loro "azione" si compie nell'invisibile, in quella sconfinata e misteriosa area umana che, come in un iceberg, è la gran parte – e più profonda – di noi stessi. La stessa area che appare sempre più sotto anestesia, la cui esistenza forse sarà messa addirittura in dubbio, un giorno o l'altro; quella cui l'opera di Cavone si rivolge, rivelando tutta la sua implacabile "utilità" che non si preoccupa affatto di essere compiacente, edonisticamente gradevole. La stessa area, insomma, che ai giorni nostri sembra far più paura, come fosse qualcosa da esorcizzare, meglio ancora da rimuovere. Manco a dirlo, Elio Cavone s'incammina nella direzione diametralmente opposta.

 

Elio Cavone, Forme Invisibili

 

Quanto detto richiama un tratto essenziale della "poetica" cavoniana, ovvero la dimensione etica, visceralmente legata allo stato ed al movimento della storia contemporanea, al suo flusso talvolta sereno, più spesso agitato e, infine, persino drammatico. La svolta stilistica del materiale "pneumatico" (ci piace ricordare che "pneuma" in greco significa, oltre che "soffio", anche "spirito"), delle camere d'aria utilizzate o il "dominio" del colore nero possono essere interpretati, o vissuti, attraverso chiavi di lettura diverse, magari distantissime fra loro. Eppure tutte le "strade" che è plausibile percorrere, nell'accostarsi all'arte di Elio Cavone, portano infine all'unica "capitale" possibile: all'uomo, a questa "capitale" devastata dalle sue stesse angosce le cui radici sprofondano in una storia sempre più arida, in una realtà sempre più aspra, dalla bruciante, denudata concretezza materica ormai priva dell'alone luminoso del mito o della penombra ammaliante del sogno. Ma le tenebre non sono assolute: al contempo, infatti, il Maestro molisano esalta – mistero perpetuo della "coincidentia oppositorum" – la forza insopprimibile dell'uomo, di questo essere mortale la cui energia si esprime proprio nella lotta senza fine della vita, "guerra" che non conosce resa, neanche dinanzi alle avverse, supreme assurdità della storia e del destino.

 

Vi avevamo detto, in esordio d'articolo, che saremmo stati brevi, essenziali, e che non saremmo entrati nel merito specifico dell'arte di Elio Cavone. Bene, abbiamo spudoratamente mentito, su tutta la linea. Ma senza immaginarlo "a priori": la mano procedeva spedita ed abbiamo preferito lasciarla andare, senza assoggettarla alla disciplina che dovrebbe organizzare razionalmente la scrittura dei giornalisti. Quelli bravi, però. Viviamo in tempi saturi di menzogna, i cui cieli sono solcati dalle scìe fantasmagoriche di balle, micro-balle, macro-balle, iper-balle, cosmo-balle, balle atomiche, fotoniche e nucleari. Bagliori immensi, come immenso è il loro vuoto. Se la nostra parola involontariamente disattesa, tuttavia, sarà stata in grado di suscitare nel lettore il desiderio di visitare la mostra di Elio Cavone, allora essa avrà originato qualcosa di sostanziale: quanto basta, speriamo, per confidare nella generosa comprensione di chi avrà avuto la sovrana bontà di leggerci.

 

 

ELIO CAVONE nasce a Campobasso dove vive e lavora.

 

Principali Mostre Personali, Collettive, Cortometraggi Festival

1987 Galleria Civica d’Arte Contemporanea, Termoli (CB); 1988 Expò Arte, Bari; 1989 Pinacoteca Comunale, Macerata; 1989 Castello Aragonese, Ischia (NA); 1989 “L’immaginesull’orlo” a cura di Massimo Bignardi, Ravello (SA); 1990 Castello di Celano, Celano (FR); 1990 Biennale d’Arte Sacra, Pescara; 1991 I Margini del Segno, Termoli (CB); 1991 Soluzioni, a cura di Giuliana Stella, Cesare Manzo (PE); 1991 Studio Renata Torino, Isernia; 1991 Museo Santa Maria delle Monache, Isernia; 1992 Museo Civico, San Severo (FG); 1993 Grandi Opere, Cesare Manzo (PE); 1993 XXIII Mostra Internazionale d’Arte Contemporanea a cura di Achille Bonito Oliiva, Termoli (CB); 1994 “Kalenarte” a cura di Francesco Gallo, Casacalenda (CB); 1994 Associazione Florian Espace, Pescara; 1995 “In Formazioni”Circolo Sannitico a cura di Achille Bonito Oliva, Campobasso; 1995 Miart, Milano; 1995 Etruriarte, Venturina (LI); 1996 Pitturissima a cura di Simona Barucco, Torrecuso (BN); 1996 Galleria Civica, Casacalenda (CB); 1998 Profilo di una identitàMontreal (Canada); 2000 Giubileo, Termoli (CB); 2000 Collettiva, Torrecuso (BN); 2003 Collettiva, Termoli (CB); 2005 L’urlo distribuito di A. Picariello, Campobasso; 2006 Scenografia “Un vestito di sillabe e suoni” Flavio Brunetti, Campobasso; 2006 “Help” sala Alphaville Campobasso, installazione-cortometraggio; 2006 “Help” Emittente “La 7” Venticinquesima ora Cortometraggio; 2007 Orizzonti, Oratino (CB). 2009 Picariello Quaderni d’Arte, Campobasso. 2010 Nomadic – Soligo, Campobasso. 2010 Moma Design, Campobasso. Teatro del Loto – Ferrazzano (CB).
 

2006 Vincitore Primo Premio Corti Sperimentali concorso Il Corto Festival, Cinema di Roma; Cinema Festival Novara; Cinema Festival Bergamo; Corto Festival Orvieto; Film Festival Mestre; Concorso Film Festival Piacenza; Cinema Festival Siena; Sedici Corto Forlì

2007 Festival Cinema Sogni Antonio Ricci, Torino; Film Festival Osaka, Giappone; International Festival Teehran; Film Festival Santiago De Compostela Mecal Barcellona; Cineglobe, Ginevra.