Emerson, Lake & Palmer, lo “strano” incontro tra rock e classica – di M. Forni

La band inglese, nel 1970, fa il suo ingresso nella storia del rock progressivo

 

Emerson, Lake & Palmer,

lo "strano" incontro

tra rock e musica classica

 

Il primo, omonimo long playing comprende brani ispirati a Bartok e Janacek 

 

di Massimo Forni

 

Il progressive-rock ha dominato nella prima metà degli anni ’70 e subito dopo ha fatto registrare un veloce declino. Un fatto quasi misterioso: ancora oggi non sono ben chiare le cause, se ne discute. Forse, anzi sicuramente, non c’è stata una sola causa, ma tanti fattori che ne hanno determinato l’implosione. Di sicuro si è voluto trovare qualche capro espiatorio: tra questi, immeritatamente, gli Emerson, Lake & Palmer. I loro eccessi teatrali, l’autocelebrazione, gli straripamenti classicheggianti avrebbero, quanto meno, accelerato la crisi del fenomeno progressivo. Ma non è così. Ragioni molto più profonde vanno considerate, ragioni che hanno investito non solo il campo musicale, ma l’intera società della fine degli anni ’70. Agli ELP va, invece, attribuito il merito di aver accuratamente evitato, nel complesso rapporto con la musica classica, ogni citazionismo kitsch, ogni arrangiamento di facciata, ogni tentativo maldestro (ma lucrativo) di edulcorare i propri pezzi con suggestioni sinfoniche stucchevoli, prive di reale spessore artistico. La loro tecnica, l’intensa passione, la loro profonda sensibilità musicale sono riuscite nell’impresa di attualizzare il mondo classico-sinfonico, coinvolgendo e appassionando i giovani, che dopo un lungo periodo di guerra (o di reciproca indifferenza) tra il rock’n roll e la musica classica, hanno sentito l’esigenza di andare a riscoprire anche i modelli sinfonici originali. Forse non tutti sanno che Keith Emerson è autore anche di un Concerto per pianoforte ed orchestra, molto apprezzato dai musicisti classici. E la “missione” degli ELP non è stata mai semplice. Ancora ritornano alla mente le “grida di profanazione” nei loro confronti: in una trasmissione radiofonica di quel periodo un critico musicale, nel vivo di un dibattito, trafelato e scandalizzato, urlò: “Gli Emerson, Lake & Palmer non hanno interpretato Mussorgsky, hanno travolto Mussorgsky!”. Se si fosse trattato di una trasmissione televisiva forse si sarebbe strappato le vesti…

 

Da sinistra Carl Palmer, Greg Lake e Keith Emerson

 

Uno strano destino di amore-odio il loro, scritto sin dall’inizio della folgorante carriera artistica, che parte nel lontano 1970, quando ormai già da alcuni anni il rock si era avvicinato alla musica classica, con risultati positivi e incoraggianti anche dal punto di vista delle vendite: pensiamo, ad esempio, ai Procol Harum, e ancor più, agli stessi Nice di Keith Emerson, che ora desidera la collaborazione di altri due grandi musicisti, di maggiore caratura tecnica rispetto agli ex compagni. Spettacolare il debutto dal vivo degli ELP: il 29 agosto di quarant’anni fa, al Festival dell’Isola di Wight (anche se 6 giorni prima i nostri avevano tenuto un concerto al Plymouth Guildhall, davanti a circa 3000 persone), i musicisti esibiscono una notevole padronanza del proprio strumento, con una proposta musicale originale, raffinata, di grande presa, supportata efficacemente anche dalla nuova tecnologia. Possente, a volte impetuosa, la sezione ritmica (composta dal bassista Greg Lake e dal batterista Carl Palmer), che sorregge le affascinanti e fantasiose tessiture classicheggianti del talentuoso tastierista. Keith Emerson si conferma grande pianista, un musicista in grado di affrontare i più impegnativi generi musicali, capace di eseguire partiture complesse, sia a livello tecnico che interpretativo. La sua impostazione classica sul pianoforte è molto “agguerrita”, tecnicamente ben dotata; non è un tardo romantico, il suo tocco percussivo è più novecentesco, propende per il suono definito, netto, ben distinto, alieno da sfumature. Possiede anche una considerevole capacità improvvisativa, maggiore di altri tastieristi prog. Splendidi anche i suoi fraseggi con il Moog (l’ing. Robert Moog, inventore di quel primo sintetizzatore, riconoscerà in lui il suo discepolo prediletto). Greg Lake, pur non possedendo un’estensione eccezionale, è nel canto dotato di potenza, ha un buon timbro, un’ottima articolazione della voce. Soprattutto “maneggia” molto bene il suo strumento: le linee di basso sono molto ben amalgamate a quel tipo di composizione, senza sbavature. Deliziosi i suoi arpeggi con la chitarra acustica. E’ un artista perfettamente integrato con quel tipo di prog-rock. Carl Palmer, poi, è un grande batterista: potenza, precisione e fantasia caratterizzano il suo drumming. “Keith e io cominciavamo a disperare di riuscire a trovare il batterista giusto, – racconta Lake – stavamo per andare in America per sentirne altri, ma appena abbiamo sentito Carl suonare abbiamo subito capito che avevamo trovato il tipo giusto. La chimica era perfetta: gli ELP erano nati". Tre grandi personalità, tre modi diversi di intendere la musica, per un amalgama sonoro difficile da realizzare, ma alla fine vincente. Si vocifera che Jimi Hendrix avesse in mente di unirsi al trio: solo la sua morte improvvisa ne avrebbe impedito il progetto.

 

La cover del disco d'esordio della band inglese

 

E in quello stesso anno vede la luce l’album d’esordio dei tre artisti, dal titolo omonimo: un vero capolavoro. The Barbarian è il primo pezzo, un adattamento del brano per pianoforte Allegro Barbaro del compositore ungherese classico Bela Bartòk, peraltro non citato come autore nella prima edizione del vinile, confermando una prassi, attuata da altri gruppi (pensiamo, ad esempio, ai Jethro Tull conBourèe), di saccheggiare il repertorio classico. I nostri rimedieranno, però, alla scorrettezza in occasione della ristampa del lavoro su cd. Bartòk è uno dei padri della ricerca etnomusicologica: la sua musica è caratterizzata da una tecnica sempre più evoluta, che esprime le energie arcaiche, la cui radice affonda nella musica popolare, ossia in quelle forze primordiali, appunto barbare, che vitalizzavano prepotentemente il flusso musicale. The Barbarian è uno scorcio strumentale elegante, con un Emerson funambolico, il cui estro si esprime alla grande con le sue preziosità tecniche, governando con naturalezza i frequenti e veloci cambiamenti di tempo. Subito dopo è il turno di Lake (meno interessato alle rivisitazioni classiche), che con Take A Pebble fa rivivere la magia di certe atmosfere tipiche del primo album crimsoniano, con una melodia evocativa, dal notevole fascino incantatorio. Emerson, dal canto suo, è artefice di ricami pianistici cristallini, che contrappuntano le parti cantate, mentre Palmer è impegnato in un eccellente lavoro di supporto, mai invadente o eccessivo. Un brano con notevole diversificazione delle fasi (trova posto finanche una sorta di parentesi country), in aderenza al nuovo (e miglior) linguaggio progressivo. I riferimenti classici ritornano con Knife-Edge, ispirato alla celebre Sinfonietta di Leos Janacek: introdotto da un efficace giro di basso, il brano schiude dal suo interno una notevole energia e dinamismo e veleggia verso lidi più marcatamente rock, distaccandosi sensibilmente dal modello ispiratore.

 

Gli ELP si sono ispirati anche al compositore Leos Janacek

 

Il lato B del vinile, poi, si apre con The Three Fates, diviso in tre parti, che vede Emerson protagonista assoluto: una sorta di apoteosi delle qualità tecniche e compositive del virtuoso tastierista, che ammalia anche con i suoni maestosi di un organo a canne, i quali ispirano un senso di sacralità, con un ondeggiare tra ascesi e inquietudine. Anche in questa composizione c’è una frammentazione di episodi, che arricchiscono la trama narrativa musicale e le conferiscono, proprio a causa della estrema differenziazione dei vari passaggi, una particolare suggestione. Tank ci fa poi viaggiare in modo concitato sulle ali di una elevata tecnologia, con un Palmer (artefice anche di un assolo alla batteria, raro per un disco in studio) autentico motore propulsivo. Il basso di Lake non è circoscritto al “giro”, ma è in grado di esprimere una parte musicale in sé compiuta, paritaria in relazione alle altre linee melodiche, talvolta coincidenti in unisono. Spiccano anche le sonorità del clavicembalo, la cui amabilità graziosa si colora con tinte più moderne ed inquiete, ossia con i tratti del rock. Chiude il disco significativamente Lucky Man, una gradevole ballata acustica di Lake, composta diversi anni addietro: gli ELP dopo aver preso le distanze, recuperano la forma-canzone; dopo aver guardato avanti, tornano a porre lo sguardo sul proprio passato.